Titane

Titane ★★

Dopo il corto Junior (2011) e il – di gran lunga migliore – Raw (2016), Ducornau prosegue il suo cronenberghiano discorso sul genere (biologico e cinematografico) in un film in cui l’umanità inferiore muta in una mostruosità più umana degli umani stessi, ma l’innovazione è soltanto di facciata.

Il suo cinema di (apparente) frattura con il passato e portavoce del suo grido al nuovo trans umanesimo (incomprensibilmente premiato a Cannes), qui incarnato nell’unione fra uomo e macchina, è in realtà fortemente ancorato al passato e senza alcuno spunto di riflessione che possa portare davvero a un radicale cambiamento cinematografico e societario.

La tecnica della Ducornau è indiscussa e non si negano i momenti di grande cinema, ma un apparato esecutivo al servizio di una violenza gratuita (scena della villa) oltre a una sceneggiatura con forzature al limite della sospensione della credibilità condita da un ritmo a dir poco altalenante, privano la narrazione della forza che necessiterebbe per poter sostenere un'argomentazione simile.
Pare che Ducornau voglia portare Crash (1996) nel nuovo millennio senza averlo visto; il secondo prima dell’impatto assimilato all’orgasmo anticipava Titane di 25 anni oltre che riuscire a inquietare e stimolare – innovando il cinema – senza la rude prepotenza visiva di quest’ultimo.

L'auto compiacimento di Titane è tanto quanto gli interessanti spunti che poteva offrire, ma chi osa come la Ducornau è comunque da tenere d’occhio: a 37 anni avrà ancora tempo per maturare e trovare una propria – migliore – forma.

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