Bigger Than Life

Bigger Than Life ★★★★★

Di una potenza inaudita. Più di quanto abbia fatto con "Rebel Without A Cause", Ray affonda i denti nel sogno americano e lo distrugge completamente. La borghesia americana è completamente demolita, tramite una rappresentazione, da parte del regista, incredibilmente veritiera e tangibile, tale da descrivere la società americana in modo fragile e schizofrenica. Quella di Ray è un'America drogata, assuefatta ai fumi del consumismo, alla corsa ai vestiti, alle spese inconsulte, dove la piccola gente perbene prova a riscattarsi tramite false promesse, cullando un sogno americano che non arriverà mai, aggrappandosi ad un mito personale praticamente impossibile da costruire. Dunque, anche il mito americano, il sogno, nasconde una faccia oscura e ombrosa, una zona che non risparmia nessuno, nemmeno le presunte certezze da parte del progresso scientifico, che anzi sembrano essere uno degli oggetti preferiti che Ray adopera per criticare anche un'America ipocrita, troppo sicura di sé e sbruffona anche quando in gioco ci sono le vite degli altri.
Un film spietato, schizzato, "Bigger Than Life", in cui il regista cambia registro continuamente mantenendo ben salda la leadership, il comando, che passa, con uno slittamento progressivo e inquietante, dai toni distesi dei primissimi minuti al melodramma, odissea di un uomo che sembra condannato a morte, per sfociare poi nel vero e proprio orrore psicologico, dai toni allucinati e morbosi (tale, probabilmente, da anticipare un'opera capitale quale "Shining" di Kubrick).
Un racconto nerissimo che racconta della discesa nella follia da parte della classe media americana, in cui il mito del "superomismo" viene portato all'eccesso ed estremizzato dal punto di vista psicologico (basti notare la figura del protagonista, man mano sempre più simile ad un Dio) che Ray riesce a rendere completamente suo con uno stile invidiabile. La confezione è impeccabile, la regia è incredibilmente attenta, posata e concentrata nell'aumentare la tensione di pari passo con il racconto e, soprattutto, nel rendere man mano le inquadrature sempre più spaventose e torve. Merito anche di un lavoro fotografico eccelso, in cui i toni cupi e scuri della fotografia creano un contrasto perfetto con quelli accesi utilizzati per le scenografie.
Ma è soprattutto un film in cui il protagonista dà il meglio di sé.
Mason riesce a dare corpo ad un vero e proprio incubo umano dalla forma paranoide, che scivola progressivamente in una megalomania para-fascista ed edipica che svela e palesa tutti i disturbi chiusi "dietro lo specchio" di una casa qualunque della borghesia.
Straordinaria anche Barbara Rush, antitesi effettiva del marito e unica ancora di salvezza in grado di provare a farlo ragionare, in modo da rappresentare l'altra faccia della "middle-class" americana: quella legata alla sofferenza.
Capolavorone.