There Will Be Blood

There Will Be Blood ★★★★★

10

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Che dire di questo capolavoro. Un film così esce ogni 20/30 anni se va bene. Questo è Cinema che poteva fare Kubrick, che poteva fare Kurosawa, è la gemma finale e preziosissima di un maestro assoluto e senza dubbio il miglior regista contemporaneo, quantomeno per quel che riguarda gli Stati Uniti.

Anderson ci porta all'origine del capitalismo americano, dello spirito mai domo di profitto e di denaro, dell'individualismo arrivista desideroso di sfruttare, schiacciare e mentire pur di soddisfare il proprio ego ed la propria insoddisfabile fame. L'incipit è incredibile, ricorda quasi l'iconico inizio di 2001: A Space Odyssey, ma al posto della scimmia, nelle desolate lande desertiche c'è un uomo, un uomo che assetato di potere trova il suo "monolito" nero, l'oro nero, il petrolio. Ed è qui che gli Stati Uniti moderni hanno la loro genesi, è qui che lo spirito borghese si afferma definitivamente. Come sempre Anderson però non lascia mai soli i suoi anti-eroi. Qui l'iconico Plainview, interpretato da uno dei miglior attori mai esistiti che qua fa quel che vuole rubando la scena in ogni inquadratura, viene affiancato alle figure di Eli e H.W.

Come in tutta la sua filmografia PTA ci parla di relazioni e legami, spesso gerarchiche, spesso tra padre e figlio, come quella gelida, che lascia senza fiato da quanto è crudele, con il finto figlio H.W. Plainview. Lo spirito arrivista arriva perfino a condannare e sfruttare le nuove generazioni, che Plainview promette alla comunità di preservare e a cui tiene essendo un uomo di famiglia. Lo spirito misantropico che si cela in questo guscio vuoto è delineato perfettamente dalla sceneggiatura e dalla regia, mostrandoci una progressiva nevrosi e senso di colpa represso per l'abbandono e il trattamento di H.W. Chiunque gli sia intorno è solo uno strumento o un ostacolo, Plainview odia la concorrenza, odia tutti, preferirebbe veder bruciare il mondo ed essere il Re delle ceneri, piuttosto che condividere anche solo qualcosa di suo, che sia amore paterno, seppur in fondo mostri l'amore per H.W. che però non riesce a dimostrare, sia del suo patrimonio.

Il suo profitto è fondamentale e scandisce le relazioni che ha con ognuno. Appena qualcuno prova ad elemosinare, a raggirare la sua persona entra uno spirito animalesco hobbsiano che divora letteralmente le sue prede, come nel finale Kubrickiano che ricorda un delirio di Jack Torrence. Tutto è in funzione del business, ogni singolo aspetto, ogni parola e ogni percezione della realtà sono piegati e distorti da questa visione. Pure il figlio che apre un'attività lontano da lui, come emblematica fuga inconscia, lo porterà a vedere in lui un nemico e giustificare l'odio che in fondo ha sempre provato per sè proiettato su di lui finalmente, una scusa per poter confessare le sue malefatte, per poter pugnalare. "There Will Be Blood" è un avvertimento da parte di PTA, un titolo emblematico che preannuncia lo sfruttamento, la morte e il cinismo di questo mondo del petrolio. Il sangue si mescola con l'oro nero in questo western atipico, dove chiunque è disprezzabile e le relazioni sono fondate solo sull'interesse economico, come il fantastico rapporto con il fratello che sostituirà quello di H.W. Appena Plainview trova un'occasione, forse di far pace col suo passato e con la sua vera famiglia, abbandona H.W. rapidamente e lo ritrova solo quando, costruita la tubazione il suo business può proliferare senza intoppi.

Ma la relazione più profonda che PTA mette in atto è con l'altra faccia degli Stati Uniti, quella evangelica e predicatrice, quella che raggiunge il potere non con l'economia e la finanza ma raggirando le anime e professandosi come un vettore di dio in Terra. Eli, anche qui interpretato alla grande da Dano sopra le righe in modo spassosissimo, rappresenta una nemesi perfetta per Plainview, è lo specchio di sè stesso, un menzognero e crudele arrivista pronto a mettere in atto il suo show da quattro soldi, proprio come quello di Plainview quando fa i suoi discorsi pre-impostati. La Chiesa, la morale che avvelena le menti e che giudica, che rinnega la scienza e l'essere umano in sè, emergono in questa figura caotica e nel gioco di continue umiliazioni, spesso bambinesche, tra i due, che arriveranno ad un epico duello finale, fatto tutto di parole che mosterà entrambi questi anti-eroi come frustrati, finiti e disumane bestie che hanno ottenuto quello che volevano senza poi riuscire a edificare davvero nulla: Plainview nella sua villa ubriaco marcio a sparare a mobili, e Eli in piena crisi con la sua Chiesa, in cerca di elemosina; mossa che si rivelerà estremamente sbagliata.

Tutto questo è narrato con un ritmo dilatato da western, che mostra un protagonista che sembra uscito dal romanzo di Lermontov "Un eroe dei nostri tempi", l'uomo del secolo, colui da ammirare e da seguire, un Citizen Kane a cavallo dei due secoli, un uomo triste, disilluso e ostile contro la vita. PTA qua è al massimo del suo cinema e rimarrà come uno dei migliori autori della storia senza dubbio. Ogni inquadratura è perfettamente studiata, precisa ma non nascosta, si palesa con movimenti sinuosi e sublimi, che giocano col montaggio interno, partendo da una situazione e zoomando indietro o avanti svelano nuovi dettagli o protagonisti nella scena. La composizione dell'immagine è curata al minimo dettaglio, le simmetrie e le geometrie esplodono insieme alle prospettive centrali, i campi lunghissimi da Sergio Leone si riducono a dettagli del volto di Lewis, ad occhiate assassine e a sguardi disperati. Ogni inquadratura andrebbe incorniciata per la sua carica potentissima e l'estetica che strizza l'occhio ai migliori maestri western e ai grandi del Cinema. Il tutto coadiuvato da una fotografia immensa, una delle più belle mai create, con dei colori talmente vividi da lasciare a bocca aperta, con i rossi del fuoco, il nero delle ombre in questi pozzi e dell'oro nero, l'indaco del cielo e il blu elettrico tendente al viola della notte sono talmente perfetti da lasciare basiti ogni inquadratura. Come si sposano questi colori, il giallo chiaro del legno, con l'indaco azzurrino del cielo e il vestito bianco di Mary, oppure la colonna di fuoco della torre di legno con il cielo quasi violaceo, il blu del mare con le lande terrose bianco/marroncino. L'uso del colore e della luce (spesso fasci espliciti) come in uno dei primi dialoghi tra Eli e Plainview che sembrano circondati da nuvole e quasi sospesi nel tempo va di pari passo con una musica che appunto, mi ha continuato a ricordare Kubrick, per l'utilizzo della musica classica per punteggiare questa storia di violenza, cinismo, odio e sangue, e dell'uso di quella musica che trovavamo anche in Punch Drunk Love, con gli strumenti sconnessi a creare una cacofonia musicale incredibile.

In conclusione un film che rimarrà. Un film che è pieno di scene iconiche. Un film che critica la genesi dell'america moderna, di come lo sterminio degli indios è proseguito nelle sue deviate e contorte strade del capitalismo sfrenato e della religione ammorbante. Un film che andrebbe fatto studiare per la perfezione estrema, un dramma psicologico vivido immerso in un realismo documentaristico che, mi dispiace, ma neanche il capolavoro Coen di "No Country for Old Men" potrà mai superare.

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